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Ufficio Stampa Introduzione del curatore
Per quanto negli ultimi decenni in tema di collezionismo artistico siano andati significativamente crescendo studi, analisi e approfondimenti, e in, e in particolare dal tempo di Patron's and Painters di Francis Haskell (che in certo modo e per grandi linee, almeno per quel che riguarda il Seicento e il Settecento italiani ha aperto una strada lungo la quale si sono poi infittiti gli arricchimenti relativi a singoli casi, momenti, personalità, aree culturali o geografiche) esso sempre più abbia costituito un tema di ricerca, siamo a tutt'oggi ancora lontani dall'avere una storia o almeno una mappa sufficientemente articolata e documentata, degna della qualità, varietà e vastità di un fenomeno che si è svolto per sua natura su percorsi molto differenziati, spesso solitari e riservati, ed è stato caratterizzato da connotazioni altrettanto diverse. In particolare per quel che riguarda l'Italia, per un ventennio ha lavorato a una sua schedatura Elizabeth E. Gardiner, la compianta studiosa americana nota soprattutto per la collaborazione, con Federico Zeri, alla catalogazione della pittura italiana nelle collezioni del Metropolitan Museum di New York. Ma il suo lavoro, arrivato a conclusione nei suoi ultimi mesi di vita e che verrà pubblicato dalla Fondazione Giorgio Cini, si trova ancora allo stato di schede da ordinare e ci vorrà qualche tempo perché esso possa vedere la luce. Pure, e più forse per la pittura, il fenomeno, "collezionismo", comunque lo si voglia configurare, costituisce - è del tutto ovvio affermarlo - un fatto di importanza non sottovalutabile, sia che esso si manifesti nei confronti di opere del passato, sia, e forse anche più esplicitamente, che si volga all'arte del presente, ad artisti informazione e sviluppo, nei confronti dei quali può costituire il sostegno di un incoraggiamento talora necessario, fino a contribuire a determinare o realizzare un destino. Non è certo il caso di parlare di ciò proprio a Mantova, che ha goduto agli albori del Cinquecento di un'avventura collezionistica, anche se più tardi Miseramente finita, di valore in certo modo, ineguagliabile e simbolico, come quella di Isabella d'Este, committente dei maggiori artisti del suo secolo e creatrice di una galleria senza esempi al suo tempo, per la quale molte opere ebbero vita per suo diretto impulso, da lei dettate nel tema e fin nella particolarità dei dettagli. Ma di quanti artisti, anche del nostro secolo, sarebbero in qualche caso incomprensibili lo svolgimento e la carriera senza la presenza di quel vero e proprio critico d'arte implicito che è il collezionista, giunto spesso a capire, prima dello studioso di professione, le potenzialità di una vocazione, non ancora maturata, aiutandola a chiarirsi, a proseguire una strada, confermandola nella sua volontà e certezza. Certo, più tardi - qualche volta decenni più tardi arriva anche lo storico ad analizzare con i suoi strumenti metodologici e l'ampiezza delle sue conoscenze, a sistemare, interpretare, storicizzare un'esperienza svoltasi talora in modo oscuro e sorretta in qualche caso solo dalla comprensione e antiveggenza di un sostenitore spesso altrettanto isolato e incompreso, da questo punto di vista vero compagno di strada, e collaboratore dell'artista creatore (basterebbe pensare all'influenza di Cassiano dal Pozzo nei confronti del Poussin romano e non occorre ricordare quanto Jacob Burckhardt diceva del collezionismo privato del Rinascimento, il cui improvviso irrompere ne aveva provocato il "cosiddetto disperdersi in generi diversi"). E rispetto a tutto ciò, su citi si potrebbero citare a decine o centinaia nomi e casi, che povertà di immaginazione e dì idee, se si dovesse fare la storia, altrettanto istruttiva, delle incomprensioni iniziali di molti addetti ai lavori verso le nuove forme ed espressività invia di germinazione, le disattenzioni, le negazioni, in qualche caso la vera e propria incapacità di vedere. Quale drammatica frattura, non dico che sia stato sempre così, rispetto all'intelligenza, alla sicurezza di giudizio di qualche collezionista più illuminato, alla generosità di persone magari fuori da ogni mestiere, ma che sanno guardare un'opera prima che altri abbia detto che ne vale la pena. E anche per il collezionismo dell'arte del passato, quantunque talora in misura diversa, spesso la ricerca è indicativa di un gusto antiquario personale, di conoscenze formatesi fuori dell'accademia, di spirito critico, di una capacità dì movimento su filoni meno esplorati e di indagini su un mercato instabile e ondeggiante, mettere le mani nel quale richiede intuito, pazienza, laboriosi accertamenti (anche considerando che questo settore è il più esposto a sollecitazioni, se non solo mercantili comunque non disinteressate, e nel quale la possibilità di essere, senza saperlo, guidati e condotti per mano è certo maggiore). Per concludere si può certo affermare che la storia della formazione di una collezione appartiene alla più generale storia della cultura artistica, sia nel caso di raccolte formatesi con la sollecitazione e la spinta di conoscitori e studiosi d'arte, sia in quello di quadrerie costituitesi attraverso le occasioni e le ricerche di un cercatore appassionato, di cui hanno la qualità di rivelare in modo più diretto propensioni personali, vicende, avventure, coerenze e contraddizioni. Non sembrerà quindi privo di significato il fatto che nelle riunioni che il comitato scientifico di Palazzo Te tiene periodicamente per orientare gli indirizzi e le scelte del Centro si sia venuta affacciando e poi rafforzando l'idea di proporre, accanto e in parallelo con altre manifestazioni e ricerche caratterizzanti le sue finalità e le iniziative già presentate, delle rassegne critiche di significative collezioni d'arte, antica, moderna e contemporanea, italiana e straniera, connotate non solo da obbiettivo interesse storico e qualità di opere, ma svelatrici di una linea culturale, di un'intenzione, di un percorso non casuale, comunque degno di studio. Ciò può essere ovviamente effettuato solo attraverso sondaggi ed esempi, perché il fenomeno collezionismo ha tali dimensioni e varietà da non potersene e indicare se non qualche caso. Ma in questa direzione il Centro di Palazzo Te ha cominciata subito a muoversi, e la prima collezione presentata è questo "Barocco italiano", due secoli di pittura singolare proprio per la particolarità della scelta, che un collezionista di eccezione, il maestro Francesco Molinari Pradelli, ha messo insieme pezzo a pezzo, in un lungo volgere di anni, negli itinerari dei suoi viaggi musicali, e che questo catalogo oggi documenta. Come il visitatore vedrà, non si tratta affatto di una collezione qualunque; gli artisti che vi sono raccolti non vi appaiono con opere secondarie, in particolare per quel che riguarda il consistente gruppo di nature morte, questo genere che suscita un interesse sempre più vivo negli studi, e che meriterebbe ormai, dopo quella di Napoli del 1964, una nuova, grande mostra di aggiornamento, in quanto le ricerche compiute in questo trentennio - basterebbe citare i due volumi Electa diretti da Federico Zeri - hanno in parte cambiato e certamente arricchito il quadro delle conoscenze e dei valori. (E ulteriore interesse specifico di Mantova, viene dalle opere di Fetti e di Bazzani, nomi ugualmente legati a vicende cittadine). Ma poi vi è un altro motivo che rende importante la presentazione di una collezione come questa: la quasi totalità delle opere è stata vincolata dagli organi dello Stato non tanto singolarmente, quanto nel suo complesso, stimandosi - e questo è già un giudizio critico che afferma il valore della collezione come raccolta unitaria - che essa, quale ne possa essere nel futuro il destino, non possa venire disgregata e subire le ingiurie di una dispersione che ne distruggerebbe fatalmente il carattere. Questa sua qualità di raccolta non divisibile costituisce già l'indicazione di una futura collocazione comunque pubblica, che è augurabile Bologna voglia realizzare, giacché sembra evidente che solo la città emiliana ne possa diventare la destinazione finale. Ciò in certo modo riflette un'impostazione mai sottaciuta dell'attività del Centro di Palazzo Te: se la sua gestione e conduzione hanno infatti le caratteristiche proprie dell'attività privata, più agile, più rapida, meno burocratica e impacciata di quella pubblica, le sue stesse finalità e le realizzazioni via via portate a compimento hanno una funzione eminentemente pubblica e sociale, poiché tale è alla fine la natura stessa del bene culturale e in particolare artistico, di chiunque ne sia la proprietà. Esso tollera l'esclusivismo del privato e del particolare finché ciò gioca o condiziona la sua scoperta, salvaguardia e valorizzazione, ma non può rinunciare al suo finale traguardo di destinazione pubblica e di fruizione universale, non può essere sottratto a uno studio e godimento generali; richiede per ciò stesso l'intervento di strutture, non tanto di pubblica proprietà e gestione, che non sempre è necessaria, quanto di pubblico accesso. Questo è dunque l'ulteriore motivo di interesse del Centro di Palazzo Te per una collezione che forse fin da quando cominciò a prendere corpo fu concepita dal suo creatore come indirizzata nel tempo a questi fini sociali. La collezione Molinari Prandelli con questo numero di opere e con questo rilievo viene qui presentata per la prima volta, anche se suoi singoli quadri sono stati spesso richiesti per altre esposizioni, e una presentazione a Bologna una dozzina di anni fa ha pure avuto luogo. Ma possiamo dire che si tratti ora di altra cosa e che nelle Fruttiere di Palazzo Te a Mantova essa può dispiegarsi ed essere vista come mai prima d'ora. La realizzazione di una mostra è, sempre, il risultato di molte convergenze e collaborazioni. Per averla dunque potuta realizzare abbiamo il compito gradito di molti ringraziamenti a persone, enti e istituzioni: in primo luogo a Francesco Molinari Pradelli e a Bianca Maria Molinari Pradelli, al sindaco di Bologna Walter Vitali, al sovrintendente Andrea Emiliani, al professor Eugenio Riccomini che ha curato il catalogo, al dottor Graziano Mangoni, che si è fatto tramite del Centro con la famiglia Molinari Pradelli. Un ringraziamento particolare va poi agli autori delle schede e a tutti, collaboratori del catalogo, non ultima la casa editrice Electa dalla quale per ogni nostra attività abbiamo ottenuto tempestività e precisione di collaborazione. E non nomino il nostro staff del Centro, la cui dedizione è stata mostrata anche in questa come in ogni altra occasione. Come ho scritto più sopra, questo è il primo episodio di una esplorazione a cui è nostro proposito farne seguire nei prossimi anni altri: crediamo infatti che una educazione a intendere lo spirito collezionistico e la sua insostituibile funzione, specie in un paese come l'Italia nel quale lo Stato e le pubbliche amministrazioni sono così penosamente assenti da una politica di acquisti, si formi anche, o principalmente, sullo studio di raccolte significative e non casuali, atti insieme di amore e di intelligenza, quale quella che in queste pagine è presentata. Renzo Zorzi
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