“La narrazione delle metamorfosi a Palazzo Te ci conduce quindi verso il riconoscimento di una esperienza essenziale relativa al tempo e al senso, instabile, dell’umano in esso. Come se l’umano fosse sospeso inesorabilmente tra la provvisorietà dell’istante e la durata sempiterna delle forme ereditate dal passato, forme antiche che vivono nel presente, rigenerandosi in un atto in cui arte è al tempo stesso scienza, memoria e gioco erotico, modelli archetipi, libertà e trasformazione, caos e legge, violenza e auspicio di giustizia”

Metamorfosi è una parola che indica “mutazione”, “cambiamento”, “trasformazione”; non è rassicurante, implica un rischio, una instabilità, una perdita di equilibrio, a volte anche un dolore.  
Spesso la trasformazione fa paura, si è bloccati non tanto dalla minaccia di sbagliare, di scegliere in modo superficiale, di cambiare per il peggio, quanto piuttosto dal timore generico dell’ignoto.
Pensare alla metamorfosi oggi – in un tempo di cambiamenti così rapidi, drammatici, spesso incontrollabili – non significa solo chiederci cosa e come dobbiamo cambiare, come individui e come comunità; significa piuttosto chiederci come affrontare l’esperienza di un cambiamento, che si presenta come condizioni permanenti, inevitabili, della contemporaneità. 
Pensare la metamorfosi significa darsi la possibilità di “fare amicizia” con il cambiamento, assumerlo come una condizione necessaria e fertile, non solo spaventosa, ma anche e soprattutto aperta alla creatività.
Questo è il messaggio centrale di Palazzo Te, che letteralmente è stato concepito come una camera delle meraviglie, come un labirinto di metamorfosi, traendo esplicitamente ispirazione da Publio Ovidio Nasone (43 a.C.-17 d.C.) che racconta, nelle sue Metamorfosi in 15 libri, il farsi del mondo antico e usa il mito come strumento di questo racconto, capace di spiegare i segreti della natura e i loro rapporti con gli dèi e l’umanità. 

Dall’immenso repertorio mitico offerto da Ovidio, Giulio Romano sceglie alcuni frammenti e li compone come in un grande teatro:  

  • I registi della storia sono Venere / Afrodite e suo figlio Eros, colui che provoca il desiderio amoroso (sala di Amore e Psiche). Come dea dell’armonia, del desiderio e della visione, Venere, che danza con le Cariti e si infuria di desiderio, che sostiene in equilibrio prezioso e instabile la conoscenza visibile del mondo e al tempo stesso la sua desiderabilità corporea, con la sua discendenza, accende il cambiamento, provoca squilibrio, desiderio, e innesca l’azione drammatica. 
  • I protagonisti sono gli dèi, Giove per primo, coinvolti talvolta dall’impulso di Eros, altre dagli errori o dagli eroismi umani, oppure dalle minacce di creature intermedie come i Giganti. Partecipano attivamente al cambiamento generato da Venere, ma poi garantiscono un lieto fine, essendo anche in grado di portare governo e pacificazione, sapienza e ordine.  
  • Il divenire, il tempo che corre, la luna che insegue il sole inscritta nei modelli statuari antichi, danno il ritmo del palazzo che resta sospeso tra cambiamenti rutilanti e le forme classiche, che indicano la durata, l’eternità. 
  • La “Meraviglia”, nella sequenza di camera in camera, la natura delle pareti e degli oggetti, è l’intonazione complessiva che il palazzo suscita, è, se vogliamo, l’episteme, il modo di conoscere, che viene suggerito dall’intero progetto e il suo regalo più grande, ancora oggi.  

La narrazione delle metamorfosi a Palazzo Te ci conduce quindi verso il riconoscimento di un’esperienza essenziale relativa al tempo e al senso, instabile, dell’umano in esso. Come se l’umano fosse sospeso inesorabilmente tra la provvisorietà dell’istante e la durata sempiterna delle forme ereditate dal passato, forme antiche che vivono nel presente, rigenerandosi in un atto in cui arte è al tempo stesso scienza, memoria e gioco erotico, modelli archetipi, libertà e trasformazione, caos e legge, violenza e auspicio di giustizia.
La pressione, a volte scomposta, al cambiamento che percorre il nostro tempo forse risponde ad un sottofondo comune: l’evidenza che tutto, anche il tempo e lo spazio, certamente l’umano e il naturale, sono sospesi in una rete di relazioni intrinsecamente instabili per cui metamorfosi è la condizione del presente nella sua radicalità. 
Un’esperienza nella quale vengono messi in gioco la nostra intimità, la nostra capacità di formare mondi, di averne memoria, di approfondire una lingua reinventandola poeticamente, di cogliere ciò che rende dicibile la vita e il suo senso anche a costo di esplorarne il limite. 

“L’estro mi spinge a narrare di forme mutate in corpi nuovi. O dèi – anche queste trasformazioni furono pure opera vostra – seguite con favore la mia impresa e fate che il mio canto si snodi ininterrotto dalla prima origine del mondo fino ai miei tempi” 
(Ovidio, Metamorfosi, I, vv. 1-4)   

Le Metamorfosi di Ovidio irrompono nell’architettura di Palazzo Te fin dalla prima stanza dell’appartamento “privato”, detta Camera di Ovidio su ispirazione dell’antiquario Jacopo Strada.

Il poema, che narra oltre duecentocinquanta miti, conosce una grande fortuna a partire dalla fine del Quattrocento, quando la traduzione dei poeti classici in lingua volgare comincia a imporsi come un fenomeno di vasta portata nel mercato editoriale italiano. Omero, Virgilio, Stazio e soprattutto Ovidio vengono liberamente riscritti e adattati per il diletto di un pubblico più vasto. Le edizioni a stampa delle Metamorfosi si moltiplicano in Italia dal 1471. Il volgarizzamento di Giovanni Bonsignori da Città di Castello è corredato da una serie di scene figurate per l’edizione veneziana del 1497. Questa ricca iconografia resta alla base di altre edizioni, come quella di Niccolò degli Agostini (1522) corredata da 72 xilografie. Nel Cinquecento il poema è riletto nel metro dell’Orlando furioso di Ariosto.

Il volume di Agostini, il cui nome compare nel patrimonio librario della corte Gonzaga, può essere considerato il testo mediatore alla base delle rielaborazioni iconografiche di Giulio Romano insieme all’antecedente di Bonsignori. Per questo alcune figure degli affreschi si spiegano soltanto nel racconto di Agostini, spesso più sviluppato di quello ovidiano.
La prima camera del palazzo, che intreccia storie di sfida e di amore tra umani e dèi, introduce all’idea che l’edificio si snodi come un labirinto di miti e racconti antichi, immagini di eroi e di amori, in un crescendo in cui meraviglia, armonia, poesia e magia si sovrappongono. È il labirinto che ispira l’uomo “nobile”, ovvero colui che, educato dall’antico, è capace di azioni che rendono la vita degna di essere vissuta.

  1. Orfeo agli Inferi: amore e morte

Orfeo è il poeta capace di andare nel mondo dei morti e tornare alla vita. È lo sciamano dell’arte greca che incanta gli animali con la sua musica. Euridice è l’amore della sua vita e la sua sposa. Come ci racconta Virgilio nelle Georgiche, Euridice è costretta a fuggire per sottrarsi al furore amoroso del pastore Ariste e, nella corsa, viene morsa fatalmente da un serpente. Orfeo, afflitto per la morte dell’amata, canta e gli dèi dell’Ade, che mossi a compassione, concedono a Euridice di tornare sulla terra, a condizione però che Orfeo non si volti mai a guardarla per tutto il pericoloso tragitto dal mondo dei morti. Proprio alla fine del viaggio, inquietato da un rumore, Orfeo si volta e perde la sua sposa per sempre.
L’affresco mostra Orfeo che suona e canta per Plutone e Proserpina sotto la minaccia del cane Cerbero, mentre Caronte accompagna Euridice, con i polsi legati, al loro cospetto. Cerbero non compare nella versione ovidiana ma in quella di Niccolò degli Agostini (Venezia, 1522), mentre Caronte è citato solo dopo la morte di Euridice.

“O dei del mondo che sta sottoterra, dove tutti veniamo a ricadere, noi mortali creature, senza distinzione, se posso parlare se mi permettete di dire la verità, senza i rigiri di chi dice falso, io non sono disceso qui per visitare il Tartaro buio, né per incatenare i tre colli ammantati di serpenti del mostro della stirpe di Medusa. La ragione del mio viaggio è mia moglie, nel cui corpo una vipera calpestata ha iniettato veleno troncandone la giovane esistenza. Avrei voluto poter sopportare, e non posso dire di non aver tentato. Ma Amore ha vinto!”
(Ovidio, Metamorfosi, X, vv. 17-25) 

  1. Il supplizio di Marsia: osare l’inosabile

Il satiro Marsia trova sulla sua via un prezioso strumento musicale a doppia canna: si tratta dell’aulos, gettato via da Atena e contaminato dalla maledizione della dea. Inorgoglito dallo splendido suono dello strumento, Marsia osa sfidare il dio Apollo in una gara musicale. Inesorabilmente sconfitto, il satiro subisce una tremenda punizione e viene scorticato vivo.
Nell’affresco giuliesco, legato a un albero dove è appesa una siringa, Marsia è scorticato da Apollo, rappresentato a sinistra con due figure, una delle quali porta la sua lira. A destra c’è Mida in lacrime con Olimpo, allievo del satiro, che porta un secchio. La scena è una contaminazione con la Contesa di Apollo e Pan, sia per lo scambio degli strumenti musicali che per la presenza di Mida.
L’azione diretta di Apollo è assente nell’originale ovidiano ed è introdotta nella versione delle Metamorfosi in volgare di Giovanni Bonsignori (Venezia, 1497). La compresenza di Apollo come carnefice e Marsia appeso all’albero è presente nel volgarizzamento cinquecentesco di Niccolò degli Agostini.

“Un altro si sovvenne del Satiro che suonando il flauto (il flauto inventato dalla dea del Tritone) fu vinto in una gara dal figlio di Latona e punito. «Perché mi sfili dalla mia persona? -gridava il Satiro. – Ahi, mi pento! Ahi, il flauto non valeva tanto!» Urlava, e la pelle gli veniva strappata da tutto il corpo, e non era che un’unica piaga: il sangue stilla dappertutto, i muscoli restano allo scoperto, le vene pulsanti brillano senza più un filo d’epidermide; gli potresti contare i visceri che palpitano e le fibre translucide sul petto.”
(Ovidio, Metamorfosi, VI, vv. 385-391) 

  1. Bacco e Arianna: amarsi tra le stelle

Figlia del re di Creta Minosse e di Pasifae, Arianna si innamora di Teseo dopo averlo aiutato a uscire dal labirinto sconfiggendo il Minotauro, il mostro metamorfico metà toro e metà uomo. Nonostante lei gli abbia salvato la vita, Teseo la abbandona sulla spiaggia di Nasso per proseguire nelle sue imprese. Il pianto della giovane attrae il dio Bacco che la consola e, affascinato dalla sua bellezza, la prende in moglie. Per offrirle fama immortale le sfila il diadema e lo scaglia in cielo: mutate in fulgidi fuochi, le gemme della corona si fissano nel firmamento creando la Corona Boreale dell’emisfero nord.
La scena dell’affresco giuliesco esalta l’erotismo dei due amanti sdraiati al centro accanto ad Eros, al quale la giovane fanciulla accarezza i capelli. Sulla destra compare un satiro con una fiaccola accesa e, in primo piano, una figura femminile personifica una fonte e rappresenta la fertilità.

“E lei rimasta sola si lamentò disperatamente, finchè Bacco venne a portarle abbracci e aiuto, e, per immortalarla con una costellazione, le tolse dalla fronte il diadema e lo scagliò nel cielo. Vola quello leggero nell’aria e mentre vola, le gemme si mutano in fulgidi fuochi, che mantenendo forma di una corona, vanno a fermarsi a mezza via tra l’Inginocchiato e Colui che tiene il serpente.”
(Ovidio, Metamorfosi, VIII, vv. 176-182) 

  1. La contesa di Apollo e Pan: la musica e la sfida con gli dèi

Pan sfida Apollo in una gara musicale. Il monte Tmolo è il giudice della contesa. Re Mida, che ha abbandonato le sue ricchezze e vive nei boschi con Pan, assiste al confronto. Quando il monte Tmolo assegna ad Apollo la vittoria, re Mida critica la scelta e per questo il dio gli fa spuntare sul capo due orecchie d’asino.
L’affresco di Giulio Romano illustra il momento della contesa e mette in evidenza gli strumenti musicali dei due protagonisti: la musica divina di Apollo, che suona la lira, e quella umana di Pan, che suona il flauto. La figura anziana sullo sfondo con mantello e bastone rappresenta il genio del monte Tmolo.
La scena è una contaminazione fra il mito di Marsia, già presente nella sala, e quello di Pan. La Vittoria alata a sinistra, che incorona Apollo, e Minerva a destra non sono presenti nel racconto ovidiano, ma tradizionalmente si legano alla gara musicale. La raffigurazione di Tmolo, al centro, con sembianze di vecchio, con la mano destra alzata in direzione di Pan, sembra dipendere direttamente dal rifacimento ovidiano di Niccolò degli Agostini, come pure la presenza di Minerva.

“Qui Pan, un giorno che modulava sulla zampogna di canne cerate un leggero motivo e si vantava con le tenere ninfe della sua bravura, osò disprezzare i canti di Apollo in confronto ai propri, e venne a misurarsi – giudice lo Tmolo – in un’impari gara. (…). E Pan si mise a soffiare nell’agreste zampogna, incantando Mida, che per caso era lì, col suo barbarico canto. Quando Pan ebbe finito, il sacro Tmolo girò il suo volto verso il volto di Febo (…) Febo, col capo biondo incoronato di alloro del Parnaso, spazzava il suolo col suo mantello impregnato di porpora di Tiro, e con la sinistra reggeva la cetra tutta intarsiata di gemme e avorio indiano; nell’altra mano teneva il plettro. Anche la posa era da artista. E ora col pollice esperto sollecitò le corde con tal bravura, che lo Tmolo, affascinato da tanta dolcezza, dichiarò che Pan con la sua zampogna era battuto.”
(Ovidio, Metamorfosi, XI, vv. 152-171) 

Orfeo ed Euridice: l’arte sfida la morte

Nella Loggia delle Muse, decorata ad affresco e stucco nella volta, sono presenti le nove divinità femminili, figlie di Mnemosine, circondate da motivi di ispirazione egizia e geroglifica, possibili riferimenti all’antica sapienza ermetica. Antico ingresso del palazzo, la loggia dichiara come Palazzo Te sia innanzitutto un luogo in cui l’arte domina: l’arte nel suo mistero e le muse nella loro enigmatica presenza.

Giulio Romano rappresenta qui la storia ovidiana di Orfeo ed Euridice sulla parete affrescata, oggi purtroppo in pessimo stato di conservazione. Nelle arcate laterali sono dipinti ampi paesaggi che accolgono due scene bucoliche della narrazione mitologica: a sinistra la morte della ninfa Euridice per il morso di un serpente mentre fugge per sottrarsi alle attenzioni del pastore Aristeo; e a destra Orfeo che, tra gli animali intona liriche così commoventi da convincere Plutone e Proserpina a far ritornare in vita l’amata sposa.

“Grave l’auspicio; gravissimo quello che accadde. E infatti la sposa novella, mentre vagava per i prati in compagnia di una schiera di Nàiadi, morì, morsa al tallone da un serpente. Dopo averla debitamente pianta sulla terra, il poeta del Ròdope, per non lasciare nulla d’intentato, nemmeno nell’aldilà, osò discendere fino allo Stige attraverso la porta del Tènaro, e avanzando tra folle svolazzanti, tra i fantasmi dei defunti onorati di sepoltura, si presentò a Persefone e al signore dello spiacevole regno delle ombre…”
(Ovidio, Metamorfosi, X, vv. 8-16) 

“Questo bosco si era dunque adunato attorno al poeta, ed egli sedeva al centro di un’assemblea di bestie selvatiche e di una torma di uccelli.”
(Ovidio, Metamorfosi, X, vv. 143-144) 

La Sala dei Cavalli è collocata nel corpo di fabbrica delle antiche scuderie dei Gonzaga, dove gli avi di Federico II allevavano i loro preziosissimi cavalli da corsa. L’arte di Giulio Romano trasforma le stalle in una reggia e questo ambiente in una sala di ricevimento per gli ospiti illustri. Nel trionfo degli affreschi con ironia e maestria sono presentati i cavalli in posa. Due di loro hanno un nome e si rivolgono con lo sguardo al pubblico: Morel Favorito, il cavallo dal manto grigio della parete sud; Dario il destriero con il manto più chiaro della parete nord. Al di sopra dei destrieri prediletti da Federico II Gonzaga, sono dipinti sei monocromi che imitano bassorilievi di bronzo e raffigurano alcune Storie di Ercole. Oltre agli episodi di Ercole e Anteo ed Ercole e Deianira, sono illustrate quattro delle dodici celebri Fatiche: Il leone di Nemea e Il cane Cerbero, L’idra di Lerna e Il toro di Creta, che potrebbero essere lette anche come le due metamorfosi del dio fluviale Acheloo durante la lotta con l’eroe.

Originariamente la sala era arredata con corami aurei e rossi, mentre il pavimento, prima dei restauri settecenteschi e novecenteschi, era in cotto.

Ercole: la divinizzazione dell’eroe

Ercole diventa immortale grazie a Giove dopo le celebri dodici fatiche grazie alle quali riesce a espiare la colpa per aver ucciso la propria famiglia.
La follia ha indotto Ercole a uccidere moglie e figli. Disperato l’eroe si ritira in solitudine. Rintracciato dal cugino Teseo, accetta di recarsi a Delfi dove la Pizia gli dice di raggiungere Tirinto e servire Euristeo compiendo una serie di imprese. Comincia così il suo percorso di espiazione e iniziazione.

  1. Nesso e Deianira

Nesso, figlio di Issione e Nefele, è un centauro che vive sulle rive del fiume Eveno e usa traghettare i viaggiatori da una sponda all’altra. Quando incontra Ercole e la moglie Deianira, il centauro si offre di traghettare la fanciulla e, invaghitosi di lei, cerca di rapirla. Per salvare la sua sposa, Ercole lo uccide con una freccia intrisa del veleno dell’Idra, sconfitta dall’eroe in una delle sue Fatiche. Prima di morire, per vendetta, Nesso dona a Deianira il suo sangue avvelenato, suggerendole con l’inganno di cospargerlo su una tunica del marito per ottenere amore eterno. Ingelosita da una rivale, Deianira seguirà il consiglio del centauro, fatale per l’eroe.
L’affresco di Giulio Romano presenta Deianira sulla groppa di Nesso, mentre Ercole è posto a destra e impugna l’arco e la freccia.

“E già [Ercole] è arrivato sull’altra sponda e sta raccogliendo l’arco precedentemente scagliato, quando sente delle invocazioni – è la moglie, la riconosce -, vede Nesso che se la svigna portandosi via colei che gli è stata affidata, e grida: “Dove t’illudi di poter scappare con quelle tue zampe, o bruto? A te dico, Nesso biforme! Dammi retta, non soffiarmi cose che son mie! Se non ti frena un minimo di riguardo per me, da un accoppiamento illecito dovrebbe almeno distoglierti l’eterno girare di tuo padre. Comunque, confida pure nelle tue risorse equine, ma non sfuggirai, con un tiro ti raggiungerò!”. E conferma con i fatti le ultime parole: tira una freccia, e trafigge la schiena del fuggiasco. Il ferro a uncino rispunta dal petto, e come viene estratto, il sangue sprizza via da entrambi i fori, misto al veleno infetto del mostro di Lerna. Nesso raccoglie questo sangue brontolando tra sé: “Non morrò senza vendicarmi!” e a colei che voleva rapire dona la propria veste intrisa del liquido ancora caldo dicendole che è uno stimolante per l’amore.”
(Ovidio, Metamorfosi, IX, vv. 118-133) 

  1. Ercole e Anteo

Anteo re della Libia, è un gigante alto sessanta braccia figlio di Poseidone e Gea. Abita in una spelonca nella valle del fiume Bagrada presso Zama, si nutre di carne di leone ed è invincibile finché rimane a contatto con la terra, ovvero sua madre Gea. Ercole riesce a sconfiggerlo sollevandolo in aria, come si vede nell’affresco giuliesco.

“E così sono stato io a domare Busìride che lordava di sangue di forestieri i templi? A togliere al malvagio Antèo le forze che gli ridava sua madre? A non lasciarmi spaventare né dalla triplice forma del mandriano d’Iberia, né dalla tua triplice forma, o Cerbero? Siete state voi, mani mie, a far chinare le corna al toro possente?”
(Ovidio, Metamorfosi, IX, vv. 182-184) 

  1. Ercole e l’Idra di Lerna

Idra, figlia di Tifone ed Echidna, sorella di Cerbero, Ortro e Chimera, è un mostro velenoso. Descritta come un serpente marino dotato di molte teste, che ricrescono dopo essere state mozzate. L’Idra viene dominata da Ercole, unico tra tutti gli umani, nella sua seconda Fatica.
L’interpretazione tradizionale dell’affresco di Giulio Romano identifica il serpente con l’Idra nel momento del combattimento con Ercole. Altre letture vedono invece nell’animale il serpente Ladone del Giardino delle Esperidi (affrontato da Ercole nell’omonima Fatica). Ma potrebbe essere anche la raffigurazione del dio fluviale Acheloo che, in apertura del Libro IX delle Metamorfosi, narra di essersi trasformato prima in serpente e poi in toro durante la lotta con Ercole che lo sta sovrastando per conquistare Deianira.

“Battuto in fatto di potenza, ricorro alle mie arti e gli sguscio via trasformandomi in lungo serpente. (…) Flettere il corpo in spire sinuose e vibrare con terribile sfrigolio la bifida lingua.”
(Ovidio, Metamorfosi, IX, vv. 57-65) 

«Anche se tu, Acheloo, superassi qualsiasi drago, che cosa potresti mai essere, da solo, in confronto al mostro di Lerna? (…) Questo mostro che ad ogni taglio si ramificava in nuove serpi e più era colpito più cresceva, io lo domai e, domatolo, lo bruciai.»”
(Ovidio, Metamorfosi, IX, vv. 67-74) 

“(La conquista) dei pomi custoditi dal drago insonne.”
(Ovidio, Metamorfosi, IX, v. 190)

  1. Ercole e il leone di Nemea

Il leone Nemeo prende il nome dalla città greca di Nemea. È proverbiale la sua pelle impenetrabile alle armi in ferro, bronzo o pietra. Per sconfiggere il leone è quindi necessaria la forza delle mani dell’uomo. Secondo Esiodo il leone è figlio di Ortro e Chimera, fratello della Sfinge; secondo Apollodoro è stato generato invece da Tifone; mentre per Igino è figlio di Selene. Nella prima Fatica, dopo aver provato a ucciderlo con arco e frecce, Ercole utilizza la sua clava per portare il leone dentro una grotta. Qui l’animale è intrappolato e viene soffocato dall’eroe con l’uso delle mani, come rappresenta l’affresco di Giulio Romano. Dopo la sua morte, il leone viene privato del manto, utilizzato da Ercole come pelliccia. Giove lo collocherà tra i segni dello Zodiaco.

“Da queste braccia soffocata giace la belva immensa di Nemea, su questa nuca ho sostenuto il cielo. La spietata consorte di Giove si è stancata a darmi ordini: io non mi sono stancato a eseguirli!”
(Ovidio, Metamorfosi, IX, vv. 197-200) 

  1. Ercole e il toro

La settima Fatica che Euristeo impone a Ercole è catturare il Toro di Creta, una creatura selvaggia inviata da Poseidone, dio del mare, per seminare il terrore sull’isola del re Minosse. Dopo una lotta epica, l’eroe riesce a dominare la bestia e a portarla a Micene come trofeo.
Questa è la lettura tradizionale dell’affresco in cui Ercole afferra il toro per le corna puntando un ginocchio sulla schiena della bestia. Proprio questo particolare potrebbe suggerire una diversa interpretazione che identifica nell’animale il dio fluviale Acheloo nella metamorfosi in toro durante il combattimento con Ercole. Questa singolare posizione dell’eroe viene infatti descritta con precisione nel testo di Agostini e raffigurata nella xilografia che illustra alcuni momenti delle Storie di Ercole con la moglie Deianira. Giulio Romano avrebbe così raffigurato entrambe le trasformazioni di Acheloo.

“Siete state voi, mani mie, a far chinare le corna al toro possente?”
(Ovidio, Metamorfosi, IX, vv. 185-186) 

“Sconfitto anche questa volta non mi restava che la terza forma, quella di un truce toro. Trasformatomi in toro, riprendo la lotta.”
(Ovidio, Metamorfosi, IX, vv. 80-81) 

  1. Ercole e il cane Cerbero

Euristeo comanda a Ercole, come dodicesima e ultima Fatica, di catturare Cerbero e portarlo alla luce del giorno. Per compiere questa impresa, l’eroe deve scendere negli Inferi affrontando molte sfide lungo il cammino. Raggiunto Cerbero, dopo una lotta feroce, riesce a catturare il mostro a tre teste.

“E così sono stato io (…) a non lasciarmi spaventare dalla tua triplice forma, o Cerbero?”
(Ovidio, Metamorfosi, IX, vv. 182-185) 

La camera di Amore e Psiche, che accoglie con un banchetto l’imperatore Carlo V nel 1530, è impreziosita dalle decorazioni più complesse ed esteticamente ricercate di tutto il palazzo. La sua narrativa si articola in tre diversi momenti: il racconto preponderante dell’amore tra Psiche ed Eros, tratto dalle Metamorfosi di Apuleio; le storie degli amori di Polifemo e Galatea, Venere e Adone, Marte e Venere, Bacco e Arianna, Pasifae e il toro, tratti dalle Metamorfosi dal racconto ovidiano; la scena di Giove e Olimpiade, ispirata invece dalla Vita di Alessandro di Plutarco.
Nella sala trionfa il mistero di Eros, dio del desiderio, che rivela tutta la sua essenza nella favola di Apuleio. Psiche è una giovane mortale di rara bellezza, ostacolata dall’invidia di Venere, ma ricambiata dell’amore del dio. Secondo James Hillman, psicoanalista e filosofo, Psiche è l’anima che si innamora dell’innamoramento inabissandosi in prove terribili che alla fine si concludono felicemente, con il matrimonio e l’assunzione nell’Olimpo.
La favola di Apuleio, molto studiata e commentata per la sua intonazione iniziatica e archetipa, è la celebrazione del desiderio d’amore, forza creatrice di umanità. Un’umanità capace di follia, ma anche di una trasformazione che la rende degna degli dèi.

Amore e Psiche: la divinizzazione dell’anima

Apuleio compone le Metamorfosi tra il 160 e il 180 d.C. lasciandosi ispirare da Ovidio. L’opera è conosciuta anche con il titolo di Asinus aures (Asino d’oro), con il quale la indica la prima volta Agostino. Nel racconto, tra il IV e il VII libro, il protagonista Lucio, già trasformato in asino, è portato da alcuni briganti in una caverna custodita da una vecchia. La notte successiva i briganti vi conducono anche una giovane donna, Carite, imprigionata per richiedere un riscatto. La vecchia, per consolare la fanciulla, racconta la favola di Amore e Psiche, a cui Giulio Romano dedica il ciclo di affreschi alle pareti e nel labirinto di scene del soffitto della camera.

“Bevi Psiche e sii immortale! Eros non ripudierà il vincolo che lo unisce a te. Da oggi siete marito e moglie per l’eternità. Immediatamente fu servito un sontuoso banchetto di nozze. Lo sposo stava sdraiato sul letto più alto tenendo Psiche tra le braccia e così faceva Giove con Giunone, e così tutti quanti gli dèi in ordine di grado e dignità. Ben presto incominciò a circolare il nettare che è la loro bevanda speciale e a Giove lo versava il celebre pastorello suo coppie-re, a tutti gli altri Bacco. Vulcano cucinò il pranzo, le Ore avvolgevano ogni cosa di una nube porporina di rose e di altri fiori; le Grazie spargevano profumi e le Muse deliziavano i presenti facendo echeggiare la loro voce melodiosa. Apollo cantò accompagnandosi con la lira e anche Venere entrò attivamente nella festa facendo armoniosi passi di danza al soave ritmo della musica di un concerto che lei personalmente aveva così predisposto: le Muse facevano il coro, Satiro suonava il flauto, mentre un piccolo Pan cantava accompagnandosi con la zampogna. In questo modo Psiche fu data in sposa ad Eros con tutte le formalità del rito e quando i tempi per il parto furono maturi nacque dalla loro unione una figlia che chiamarono Voluttà”.
(Apuleio, Metamorfosi, VI, vv. 23-24, Aquarelli, Demetra 1993) 

Amori e metamorfosi

  1. Il bagno di Marte e Venere

Venere, moglie di Vulcano, si innamora di Marte e con lui tradisce il marito nella propria camera nuziale. Apollo scopre l’adulterio e lo rivela a Vulcano che si vendica costruendo una rete invisibile per legare i due amanti. Colti in fragrante, Marte e Venere sono derisi da tutti gli dèi.
L’affresco presenta gli amanti Marte e Venere mentre fanno il bagno. A sinistra c’è Amore, un giovanetto adolescente, con la faretra sulle spalle, che si affretta verso Marte con un telo per asciugarlo. La parte destra dell’affresco è occupata dalla dea, assistita da puttini che versano acqua da un vaso o le porgono profumi. Uno di questi si appresta ad asciugarle la schiena. In mezzo a questa giostra di putti la dea esce dall’acqua con i lunghi capelli sulle spalle volgendo lo sguardo all’amante.

“Si pensa de questo dio (il Sole) fosse il primo ad accorgersi dell’adulterio di Venere con Marte: questo dio vede tutto per primo. Si indignò, e a Vulcano, figlio di Giunone e marito di Venere, rivelò quei segreti convegni, e il luogo di quei convegni. E a Vulcano cascarono le braccia, nonché il lavoro che teneva nella sua mano d’artefice. Appena si riprese, fabbricò con estrema cura sottilissime catene di bronzo e con esse una rete e lacci tali da sfuggire alla vista (…). E fece in modo che scattassero al piú leggero tocco e al minimo movimento, e dispose il tutto opportunamente intorno al letto. Quando Venere e l’amante andarono insieme a letto, tutti e due rimasero pesi in quella trappola meravigliosa e di nuova invenzione preparata dal marito, immobilizzati nel bel mezzo dell’amplesso. Il dio di Lemno spalancò di colpo la porta d’avorio e fece entrare gli dèi. I due giacevano legati in posa vergognosa, e qualcuno degli dèi meno severi osservò che non gli sarebbe spiaciuto esser svergognato cosí.”
(Ovidio, Metamorfosi, IV, vv. 169-189) 

  1. Bacco e Arianna

Per amore di Teseo, Arianna suggerisce all’eroe di dipanare un filo nei meandri del labirinto, dove sconfigge il Minotauro, per riuscire a trovare la via d’uscita. Facendo vela verso Atene, l’ingrato Teseo abbandona Arianna sull’isola di Nasso. Bacco giunge in soccorso della principessa, rimasta sola e disperata, e la avvolge in un abbraccio amorevole come rappresenta Giulio Romano nell’affresco. Per immortalarla con una costellazione le sfila il diadema e lo scaglia in cielo: le gemme della corona trasformandosi in stelle si fissano nel firmamento tra la costellazione di Ercole e quella di Ofiuco.

“E lei rimasta sola si lamentò disperatamente, finchè Bacco venne a portarle abbracci e aiuto, e, per immortalarla con una costellazione, le tolse dalla fronte il diadema e lo scagliò nel cielo. Vola quello leggero nell’aria e mentre vola, le gemme si mutano in fulgidi fuochi, che mantenendo forma di una corona, vanno a fermarsi a mezza via tra l’Inginocchiato e Colui che tiene il serpente.”
(Ovidio, Metamorfosi, VIII, vv. 176-182) 

  1. Marte, Venere e Adone

Adone è uno degli amanti di Venere, nato dall’amore incestuoso di Mirra con suo padre Cinira, re di Cipro, al quale la giovane si era unita attraverso un sotterfugio. Scoperto l’inganno, Cinira aveva cercato di punire la figlia ma gli dèi decidono di salvarla trasformandola in un albero, dalla cui corteccia nasce Adone. Il bellissimo giovane è allevato dalle Naiadi e Venere si innamora di lui quando viene involontariamente colpita da una freccia del figlioletto Eros. Un giorno, durante una battuta di caccia, Adone è ucciso da un cinghiale inviato dal geloso Apollo. Dal sangue del giovane morente crescono gli anemoni e da quello della dea, ferita tra i rovi mentre corre a soccorrerlo, nascono le rose rosse, come si può vedere nell’affresco.
Giulio Romano rappresenta Marte che irrompe nelle sale di Venere preso dalla gelosia e sguaina la spada per colpire Adone.

“Un ricordo del mio lutto, o Adone, rimarrà in eterno: ogni anno si ripeterà la scena della tua morte, a imitazione del mio cordoglio. E il sangu sarà mutato in un fiore. Se un giorno a te fu permesso, o Persèfone, di trasformare il corpo di una donna in una pianta di menta profumata, perché io dovrei essere rimproverata se trasformo il figlio di Cínira?” Detto questo, versò nèttare odoroso sul sangue, e il sangue al contatto cominciò a fermentare, cosí come nel fango si formano, sotto la pioggia, bolle iridescenti. E un’ora intera non era passata: dal sangue spuntò un fiore dello stesso colore, un fiore come quello del melograno i cui frutti celano tanti granelli sotto la duttile buccia. E un fiore, tuttavia, che dura poco. Fissato male, e fragile per troppa leggerezza, deve il suo nome al vento, e proprio il vento ne disperde i petali”.
(Ovidio, Metamorfosi, X, vv. 725-739) 

  1. Giove e Olimpiade

Giove, in forma di serpente, seduce Olimpiade, moglie del re macedone Filippo II e madre di Alessandro Magno. Il marito tradito spia la scena nascosto dietro l’uscio, ma l’aquila di Giove punisce la curiosità del re, colpendo il suo occhio con il fulmine che sorregge con gli artigli. Non presente nelle Metamorfosi di Ovidio, la storia è raccontata da Plutarco nella Vita di Alessandro e rappresenta con efficacia le trasformazioni metamorfiche ed erotiche del dio e la sua onnipotenza.

“Un’altra volta fu visto un serpente disteso al fianco di Olimpiade dormiente; si dice hce soprattutto questo attenuò lle manifestazioni d’amore di Filippo per lei, tanto che non andava più di frequente a giacere con lei, o per timore di pratiche magiche della donna, o per evitare rapporti con chi era forse la compagna di un essere superiore.
(…) Filippo, (…) avrebbe comunque perso l’occhio accostato alla fessura della porta quando aveva osservato furtivamente il dio che in forma di serpente giaceva con la donna”.
(Plutarco, ViteAlessandro, 2, 6 e 3, 1-2, UTET 1996) 

  1. Polifemo, Aci e Galatea

Ovidio nelle Metamorfosi racconta del rapporto del ciclope Polifemo con Galatea, ninfa del mare, innamorata del bellissimo pastore Aci e da questi ricambiata. Attratto dalla bellezza di Galatea, Polifemo cerca di sedurla suonando il flauto ma viene respinto. Quando il ciclope trova i due amanti in riva al mare, spinto dalla gelosia, uccide Aci con un masso di lava. Galatea, disperata per aver perso il suo amato, trasforma il sangue in una sorgente per poter mantenere vivo il loro amore. Nell’affresco posto sopra al camino Giulio Romano presenta il ciclope come un gigante con un grande occhio sulla fronte e tra le mani una siringa e una clava. Il piccolo orso nella cavità della roccia allude a un dono per l’amata Galatea, rappresentata con Aci in riva al fiume che prende il suo stesso nome.

“Il Ciclope l’insegue e staccato un pezzo di monte glielo scaglia, e benché soltanto uno spigolo del masso colpisca Aci, pure quello spigolo schiaccia Aci completamente (…). Da sotto il masso filtrava un sangue rosso cupo: in capo a breve tempo il rosso comincia a impallidire e diventa prima color di fiume intorbidito dalla pioggia, e a poco a poco si depura ancora. Poi il macigno si fende e tra le crepe spuntano canne fresche ed alte, e la bocca apertasi nella roccia risuona d’acqua che spiccia. 
Fatto prodigioso, all’improvviso si erse, fino a metà del ventre, un giovane con due corna tutte nuove inghirlandate di canne, un giovane che, se si toglie che era più grande e aveva il volto tutto celestino, era Aci tale e quale. Ma anche con queste differenze era Aci davvero, trasformato in dio fluviale; e come fiume conservò il nome che aveva prima”
(Ovidio, Metamorfosi, XIII, vv. 881-897) 

  1. Pasifae e il toro

Poseidone invia a Minosse, re di Creta, un bianchissimo toro affinché venga sacrificato in suo onore. Il re però non obbedisce al dio e sacrifica un altro animale. La vendetta divina non tarda ad arrivare: la regina Pasifae sviluppa una passione così folle per il toro da desiderare ardentemente di unirsi ad esso e, decisa a soddisfare il proprio impulso, chiede aiuto a Dèdalo. L’inventore le costruisce una vacca di legno cava nella quale entrare per consumare il rapporto, come viene rappresentato nell’affresco di Giulio Romano. Fecondata dal toro, Pasifae darà alla luce il Minotauro.

“È tua degna consorte colei che ti ha tradito con un truce toro, seducendolo a inganno con una forma di legno, e che ha portato nell’utero il feto mostruoso. (…) Ormai non è più strano che Pasifae abbia preferito un toro a te, tu eri più bestiale di un toro (…) Minosse sciolse i voti fatti a Giove, sacrificando cento tori, e decorò di trofei i muri della reggia. Ma intanto l’obbrobrio della famiglia era cresciuto: il mostro biforme, mai visto, dimostrazione vivente dell’immondo adulterio di Pasifae. Minosse decide di allontanare di casa quest’essere che infama il suo matrimonio e di rinchiuderlo nei ciechi corridoi di un complicato edificio.”
(Ovidio, Metamorfosi, VIII, vv. 131-158) 

La Camera delle Aquile, originariamente destinata a ospitare il letto di Federico II Gonzaga, presenta ricche decorazioni a stucco, affreschi, busti romani e marmi istoriati. Domina nel soffitto il mito della Caduta di Fetonte tratto dalle Metamorfosi di Ovidio. In posizione meno centrale stanno scene affrescate e decorazioni in stucco, tra cui due celebri rapimenti di fanciulle.

  1. La caduta di Fetonte: osare e fallire

Il mito di Fetonte racconta di uno spettacolare fallimento. Figlio di Clìmene, moglie del re etiope Mèrope, e del dio Sole, Fetonte è sfidato dal coetaneo Epafo a provare la sua divina discendenza. Il giovane ottiene dal padre, che acconsente a malincuore, il permesso di guidare il carro del Sole per un giorno. Nonostante le raccomandazioni, Fetonte lascia correre troppo i cavalli, perde il controllo e precipita in una cavalcata distruttiva che incendia le foreste e prosciuga laghi e fiumi, finché Giove, per fermarlo, lo colpisce con un fulmine facendolo cadere nel fiume Eridano. Fetonte annega compianto dalle sorelle Eliadi che, per la disperazione, si trasformano in pioppi, mentre le loro lacrime diventano ambra.

“Fetonte, con la fiamma che gli divora i capelli rosseggianti, precipita girando su se stesso e lascia per l’aria una lunga scia, come a volte una stella può sembrare che cada, anche se non cade, giù dal cielo sereno. Finisce lontano dalla patria, in un’altra parte del mondo, nel grandissimo Eridano, che gli deterge il viso fumante…”
(Ovidio, Metamorfosi, II, vv. 321-324) 

Rapimenti d’amore  

  1. Ratto di Europa

Giove, il re degli dèi, si invaghisce spesso di donne mortali e deve mettere in pratica diversi sotterfugi e trasformazioni per non destare le ire della moglie Giunone. Un giorno si innamora della principessa Europa, figlia di Agenore re di Tiro, e decide di rapirla. Per avvicinare la giovane senza spaventarla né destare sospetti, si trasforma in un candido toro, simile agli animali che pascolano liberamente sulle spiagge di Tiro. Europa, rassicurata dalla docilità dell’animale, si avvicina e gli sale in groppa. Giove fugge così con la giovane che, terrorizzata e aggrappata alla bestia, volge lo sguardo con tristezza alla propria terra da cui è stata strappata.

“E già i buoi scacciati dal monte si dirigono, come ha ordinato, verso la spiaggia, dove la figlia del grande re è solita giocare col suo seguito di fanciulle di Tiro. Maestà ed amore non vanno molto d’accordo, non possono convivere. Perciò, lasciato lo scettro solenne, il padre e signore degli dèi, colui che ha la destra armata di fulmini a tre punte, che con un cenno fa tremare il mondo, assume l’aspetto di un toro e mescolatosi alle giovenche mugge e gironzola, bello, sul tenero prato (…). La figlia di Agenore lo guarda meravigliata: è così bello, non ha affatto un’aria battagliera. Dapprima però, anche se è tanto mansueto, ha timore a toccarlo. Poi gli si accosta e gli tende dei fiori verso il candido muso. (…) A un certo punto la figlia del re si azzarda a sedersi sul dorso del toro, senza sospettare di chi sia in verità. Allora il dio, allontanandosi con fare indifferente dalla terra e dalla spiaggia asciutta, comincia a imprimere le sue false orme sulla battigia, poi va più avanti, poi si porta via la preda sull’acqua in mezzo al mare. Lei è piena di spavento, e si volge a guardare la riva ormai lontana. La destra stringe un corno, la sinistra è poggiata sulla groppa. Tremolando le vesti si gonfiano alla brezza…” (Ovidio, Metamorfosi, II, vv. 843-875) 

  1. Ratto di Proserpina

Il rapimento di Proserpina è il mito greco alla base dei misteri eleusini. Figlia di Cerere e Giove, Proserpina è la regina degli Inferi e va e torna dal mondo dei morti garantendo con questo viaggio periodico il mantenimento del ciclo della fertilità e della generatività della terra. Venuta a conoscenza del rapimento della figlia, Cerere vaga sconsolata per la terra, facendo morire il raccolto e portando la siccità. Decisa a liberarla dal regno dei morti, chiede l’intervento di Giove che, facendo da mediatore tra Cerere e Plutone, dividerà il corso dell’anno in due parti uguali, in modo che Proserpina diventi una divinità condivisa dai due regni. Orfeo ripercorrerà invano la strada di Proserpina per salvare l’amata Euridice, riverberando il legame tra i misteri eleusini e l’orfismo più tardo.

“In questo bosco Proserpina si divertiva a cogliere viole o candidi gigli, riempiva con fanciullesco zelo dei cestelli e le falde della veste, e faceva con le compagne a chi ne coglieva di più, quando Plutone – fu quasi tutt’uno – la vide, se ne innamorò e la rapì. Tanto precipitosa fu quella passione.”
“Il figlio di Saturno non trattenne più la sua rabbia, e incitati i terribili cavalli, con braccio vigoroso, tuffò lo scettro regale fino in fondo alla laguna. A quel colpo un varco si aprì nella terra fino al Tartaro, il cocchio sprofondò e scomparve nella voragine.” 
(Ovidio, Metamorfosi, V, vv. 390-396 e 420-424) 

Gigantomachia: la battaglia per la pace

La Camera dei Giganti è considerata l’epicentro del palazzo, come riferisce Giorgio Vasari, uno dei suoi primi visitatori. Vi è rappresentata la battaglia terribile tra Giove e i Giganti, nati dal sangue del membro evirato di Urano (che poi darà vita a Venere), esseri arcaici che assediano l’Olimpo per vendicare l’antica sconfitta dei Titani.
La sceneggiatura dello scontro è drammatica: il crollo delle montagne che seppelliscono i Giganti è simbolo delle sfide terribili che accompagnano l’ascesa al trono imperiale di Carlo V. Alleato della famiglia Gonzaga, l’Asburgo è alla ricerca di una pacificazione europea, costruita con azioni diplomatiche e diversi viaggi in Italia tra cui i soggiorni a Mantova nel 1530 e nel 1532.

La Camera è il culmine del racconto di Palazzo Te e si connette plausibilmente ai dinamismi e ai “crolli” già rappresentati nelle architetture del Cortile d’Onore dialogando con la Camera di Amore e Psiche: la corte di Federico II Gonzaga partecipa così alla grande avventura di una umanità che, trasformata da Amore e sotto la guida di Carlo V (rappresentato nelle sembianze di Giove), sconfigge i Giganti che la minacciano.
Il volgarizzamento delle Metamorfosi di Niccolò degli Agostini del 1522 permette di spiegare alcuni elementi mitologici centrali della camera estranei al racconto ovidiano: la raffigurazione dei Giganti con sembianze umane e non con piedi di serpi e mille braccia, la presenza di Plutone, delle Furie e soprattutto delle scimmie, nate dal sangue dei Giganti fulminati da Giove (secondo un’errata interpretazione dell’originale ovidiano, da cui dipende Agostini).

“Raccontano che i Giganti, aspirando al regno del cielo, ammassassero dei monti su fino alle stelle. Allora il padre onnipotente scagliò il fulmine e squarciò l’Olimpo e rovesciò il Pelio giù dall’Ossa. 
Raccontano che quando quei corpi spaventosi giacquero travolti dalla loro stessa costruzione, la Terra s’inzuppò del molto sangue sparso dai suoi figli, e mentre era ancora caldo rianimò questo sangue, e, perché non sparisse del tutto ogni traccia di quella sua stirpe, ne ricavò esseri dall’aspetto di uomini [le scimmie]. Ma anche questa schiatta fu spregiatrice degli dèi, e assetatissima di strage crudele, e violenta. Si capiva che era nata dal sangue.
Quando Giove, figlio di Saturno, vide questo dalla sua rocca, mandò un gemito e ripensando al mostruoso banchetto di Licàone (…) s’infiammò in cuore d’ira grande e in tutto degna di Giove, e convocò un’assemblea. Tutti vennero senza indugio.”
(Ovidio, Metamorfosi, I, vv.151-167) 

La loggia che si apre sul giardino è un ambiente estremamente raffinato per le tre aperture architravate e per la decorazione sulle pareti e sulla volta. La copertura e le lunette presentano affreschi con episodi di una storia probabilmente dedicata al destino umano. La parete meridionale racconta le storie di Bacco e Arianna; la fascia centrale è dedicata al Corteo nuziale di Peleo e Teti; sopra e sotto compaiono le imprese del Monte Olimpo e del Boschetto.
Il giardino, decorato attorno al 1531, presentava in origine sulle pareti paesaggi dipinti in prospettiva, di cui oggi rimangono tracce di incisioni. Le nicchie, tranne quella dedicata alla tomba del cagnolino di Federico II, sono alternamente affrescate o decorate a stucco con soggetti tratti da alcune favole di Esopo. Tra quelle ancora visibili: L’asino e il cane; Il leone e il topo; La volpe e il corvo; La volpe e la cicogna; Il cavallo e il leone; La mosca e l’uomo calvo; Il cane con un pezzo di carne; Il lupo e la testa scolpita; Il leone e il pastore; Il pastore e il lupo.

La Grotta, successiva al cantiere di Giulio Romano, viene realizzata negli anni Novanta del Cinquecento. Un documento del 1595 la nomina come fontana dela grotta del the.

Il portale d’ingresso è rustico e realizzato con stalattiti che simulano l’effetto naturalistico di una vera grotta. Per entrare si scendono tre gradini dal valore simbolico perché alludono all’idea originaria del labirinto di origine babilonese, un ambiente-diaframma che si pone tra i vivi e i morti. Lo spazio interno, suddiviso in due parti comunicanti, era un tempo ricco di decorazioni a conchiglie e pietre colorate che risplendevano in ricchi giochi di luce. Sono presenti nelle nicchie le imprese del Crogiolo, del Crescente lunare, della Fenice e il motto “Non mutuata luce”. Nell’aula minore sono raffigurate storie tratte dall’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto: la pesca di Alcina, Alcina che accoglie i cavalieri e la fuga di Alcina con Astolfo. Ariosto, che molto deve alle Metamorfosi di Ovidio, fu in visita a Mantova nel 1532 al seguito dell’imperatore Carlo V.
La grotta è il luogo della favola e del simbolismo dove si trovano le combinazioni dei quattro elementi e diventa antro degli alchimisti che lavorano per Vincenzo I Gonzaga alla ricerca della pietra filosofale.

“Conobbi tardi il suo mobil ingegno, / usato amare e disamare a un punto. / Non era stato oltre a duo mesi in regno, / ch’un novo amante al loco mio fu assunto. / Da sé cacciommi la fata con sdegno, / e da la grazia sua m’ebbe disgiunto: / e seppi poi, che tratti a simil porto / avea mill’altri amanti, e tutti a torto. // E perché essi non vadano pel mondo / di lei narrando la vita lasciva, / chi qua chi là, per lo terren fecondo / li muta, altri in abete, altri in oliva, / altri in palma, altri in cedro, altri secondo / che vedi me su questa verde riva; / altri in liquido fonte, alcuni in fiera, / come più agrada a quella fata altiera”
(Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, VI. 50-51) 

Date
Dal 27.03.2024

Orari
lunedì: 9.00 – 18.30
martedì: chiuso
mercoledì – domenica: 9.00 – 18.30

Le casse con la sonorizzazione del percorso verranno accese alle ore 13 per 1 ora e alle ore 18 fino a chiusura

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